Il
Museo offre la possibilità di ripercorrere la storia del popolamento
del promontorio dalla preistoria ai giorni nostri.
Il percorso espositivo si svolge nei primi due piani superiori del palazzo.
Nel primo piano sono raccolte le ricche testimonianze dell'industria litica
del paleolitico (sala 1), dove spicca un raro esempio di arte preistorica
(un ciottolo con incisa l'immagine di un bisonte) e del neolitico (sala
2), che rappresentano la più importante acquisizione della ricerca
sul promontorio degli ultimi anni. La particolare vocazione dell'area
della manifattura metallurgica è documentata dalla ricostruzione
di un forno per la fusione del rame di età eneolitica (sala 3),
proveniente dal villaggio di San Carlo, nell'entroterra di San Vincenzo.
La sala 4 è dedicata agli insediamenti dell'età del bronzo,
tra cui spiccano i reperti provenienti dal villaggio di Poggio del Molino
e della vicina necropoli di Villa del Barone, probabilmente destinata
agli abitanti dello stesso villaggio. Con la sala 4 inizia l'illustrazione
delle dinamiche che porteranno all'emergere di Populonia, l'unica città
etrusca costruita sul mare e che dal rapporto con il mare ebbe particolare
giovamento. La
particolare fisionomia dei villaggi e delle necropoli dell'età
del ferro è illustrata, tra l'altro, da un raro esempio di matrice
per la fusione di oggetti di bronzo e dal ricco corredo della tomba I
della necropoli di Poggio del Telegrafo, una delle prime documentazioni
della tipologia della tomba a camera (sala 5). La particolare fioritura
dell'età orientalizzante portò i principi di Populonia alla
creazione di quelle imponenti manifestazioni dell'architettura tombale
che ancora oggi sono visibili nel Parco Archeologico di Baratti. Tra i
corredi funerari esposti spiccano, per la ricchezza e la varietà
degli oggetti, la Tomba delle Oreficerie (sala 6) e quella detta dei Vasi
Fittili (sala 7), ricche di ceramiche di importazione greca (Corinto,
Samo, Atene, Rodi). L'ultima sala (8) è dedicata alle dinamiche
del popolamento del territorio tra IX e VII secolo ed in particolare alle
problematiche relative alle risorse metallurgiche (miniere del campigliese)
e all'industria metallurgica (forni di Madonna di Valfucinaia). Se, infatti,
la lavorazione del ferro elbano costituirà la principale risorsa
della città di Populonia, è lo sfruttamento delle risorse
minerarie dell'entroterra (piombo, rame, argento) e del ricco patrimonio
boschivo a consentire il sorgere di quell'intensa attività metallurgica
che caratterizza l'economia populoniese fino al suo ingresso nell'orbita
di Roma. Il grande salone del II piano (sala 9) illustra le dinamiche
che portano al sorgere e allo svilupparsi della città, con una
sezione interamente dedicata alla metallotecnica (ricostruzione dei forni
fusori di Baratti). La ricchezza delle élite cittadine del VI e
V secolo a.C. è testimoniata, tra l'altro, dalla ricca serie delle
ceramiche di importazione (particolarmente di origine ateniese), dalla
qualità della
produzione bronzistica locale, sia nel campo della statuaria devozionale,
che nella manifattura di suppellettili di grandissimo pregio e raffinatezza
(servizi da simposio, elementi di rivestimento di carri, bardature equine).
L'enorme incremento demografico, documentato anche dalla presenza di iscrizioni
di genti di origine greca, punica e italica, e la fioritura della prima
età ellenistica sono testimoniati dalle produzioni locali (manufatti
in bronzo e in piombo, ceramica a figure rosse, con decorazione sovradipinta,
a vernice nera, tra cui spicca la serie che testimonia la presenza a Populonia
di una succursale di un'officina romana) e dai ricchi corredi dei complessi
tombali: spicca la raffinata serie di manufatti della tomba 14 della necropoli
delle Grotte, uno dei più suggestivi esempi di paesaggio funerario
dell'Etruria settentrionale, attualmente visitabile all'interno del Parco
Archeologico di Populonia, frutto di una recente opera di restauro e valorizzazione.
Tra III e II secolo a.C. il rapporto privilegiato che lega Populonia a
Roma determina la fioritura di imponenti complessi templari, che ancora
oggi caratterizzano l'aspetto dell'acropoli della città: le rovine
di un grandioso tempio (la cui ricca e pregevole, per quanto frammentaria,
decorazione architettonica è qui esposta - sala 10) e le imponenti
costruzioni del complesso denominato Le Logge, a lungo ritenuto una villa
romana, attualmente oggetto di uno scavo intensivo che ha consentito di
identificarne la funzione di grande area santuariale. Dell'importanza
dello scalo portuale è documento primario il Relitto del Pozzino,
recuperato nel corso degli anni Ottanta al largo di Baratti, con ricchissimi
e straordinari reperti di varia natura, materiale e provenienza: anfore
vinarie rodie ed italiche, preziosissimi vetri di manifattura
siriana, un'incredibile ed unica serie di flaconi in legno, pregevoli
ceramiche di origine greco-orientale, una imponente quantità di
ceramiche a vernice nera di produzione campana, una notevole varietà
di suppellettili in stagno. Alla fine del I secolo a.C., la desolante
descrizione di Strabone, di circa un cinquantennio successiva alle distruzioni
sillane, ci restituisce l'immagine di un centro urbano ormai destrutturato:
appare tuttavia ancora vitale lo scalo portuale di Baratti, a cui afferisce
la serie delle ville sparse nel territorio (qui testimoniate soprattutto
dai reperti provenienti da quella di Poggio del Molino, l'unica regolarmente,
seppure parzialmente, oggetto di indagine archeologica). La crisi appare
comunque irreversibile: agli inizi del V secolo, a Rutilio Namaziano,
che fa scalo a Populonia nel corso del viaggio da Roma verso le sue terre
minacciate dai vandali, la città appare ormai un centro disabitato
e in rovina ("anche le città muoiono"). L'ormai famosissima
anfora argentea, rinvenuta fortuitamente nel mare di Baratti, è
frutto di un antico naufragio e niente ci fa supporre che potesse essere
destinata all'antica città etrusca. L'anfora è pregevolmente
decorata a sbalzo, con soggetti tratti da miti pagani, testimonianza delle
ultime resistenze del paganesimo.
Le vicende di San Cerbone, vescovo di Populonia in lotta contro il re
goto Totila, segnano l'ultimo capitolo della città antica: da lì
a poco, anche per sfuggire alle incursioni dal mare, la diocesi verrà
spostata a Massa Marittima e dell'antica Populonia resterà a lungo
solo il nome.
La storia del territorio dal Medioevo ai giorni nostri è percorsa
solo attraverso pannelli illustrativi. I temi affrontati (gli interessi
politici dei pisani nel corso del 1200, la nascita di Campiglia Marittima
e Suvereto, l'emergere di Piombino nel Quattrocento, il progressivo ingresso
dell'area nell'orbita medicea, le opere di bonifica di età lorenese,
l'intensivo sfruttamento minerario della prima età industriale,
il sorgere delle acciaierie di Piombino nell'Italia unita, la crisi post-industriale
della fine del XX secolo) costituiscono il sottofondo per comprendere
la riscoperta di Populonia, dalle prime segnalazioni degli eruditi cinquecenteschi
e dei viaggiatori dell'Ottocento, alla fortuita scoperta della statua
bronzea detta Apollo di Piombino (di cui è esposta una copia in
grandezza naturale), ai primi scavi regolari ad opera di Isidoro Falchi
prima e di Antonio Minto poi (a cui il Museo è dedicato).
L'apparato didattico comprende, oltre ai pannelli che illustrano le vicende
del popolamento e gli specifici temi archeologici, ricostruzioni d'ambiente
intese a descrivere le grandi modificazioni apportate dall'uomo al paesaggio
nelle varie epoche: la preistoria, i villaggi dell'età del bronzo,
la città etrusca, il paesaggio agrario e il sistema delle ville
in età romana, l'abbandono della città in età tardo-antica,
il paesaggio minerario dei primi del Novecento.
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L'anfora fu recuperata casualmente nel marzo
del 1968, quando rimase impigliata nell'ancora di una barca nel tratto di
mare tra porto Baratti e San Vincenzo.
La modalità di ritrovamento non rese possibile individuare e recuperare
il relitto sommerso cui essa poteva appartenere e questa eccezionale testimonianza
dell'artigianato artistico tardoantico rimane oggi isolata dal suo contesto
archeologico. Essa può quindi essere studiata solo alla luce delle
sue caratteristiche tipologiche, iconografiche e stilistiche, oggi ben riconoscibili
dopo l'accurato restauro cui il manufatto è stato sottoposto.
L'anfora, realizzata in argento quasi puro (94-96%) è alta 61,5 cm.,
ha un diametro massimo di 35,45 cm. ed un peso di 7,563 kg.; poteva contenere
oltre 22 litri di vino. Alla fascia sotto l'orlo si attaccavano in origine
due anse, andate perdute, ma la cui posizione può essere ricostruita
sulla base dei segni lasciati dalle saldature degli attacchi. 
Il corpo dell'anfora venne realizzato da un abilissimo artigiano a partire
da un cilindro cavo argenteo, cui fu conferita la forma definitiva attraverso
una paziente lavorazione a martello. Sulla base così ottenuta vennero
realizzate le decorazioni, con una tecnica che rimane ancora incerta. Probabilmente
l'Artista "stampò" le decorazioni utilizzando una sorta
di conii analoghi a quelli utilizzati per le medaglie. Le figure e le cornici
vennero in seguito rifinite a cesello; con lo stesso strumento vennero infine
realizzate le decorazioni del piede e del collo.
L'anfora di Baratti si inserisce bene in una tipologia di manufatti di lusso
prodotti in epoca romana e tardoantica. La sua forma ricorda da vicino quella
di un'anfora d'argento ritrovata a Conçesti, in Moldavia, e oggi
conservata all'Ermitage di San Pietroburgo, che presenta però una
decorazione di tipo diverso. Si tratta di un oggetto di grande valore intrinseco
e artistico, probabilmente destinato a decorare una ricca mensa, anche se
le sue dimensioni e la sua decorazione non ne escludono un diverso utilizzo,
forse a destinazione culturale. Assai problematica rimane la determinazione
dell'epoca e del luogo in cui quest'anfora venne prodotta. L'ipotesi più
probabile sembra essere quella di una manifattura della fine del IV secolo
dopo Cristo ad Antiochia di Siria, che era in quell'epoca il maggior centro
mediterraneo per la lavorazione artistica dell'argento. Non si può
però escludere una provenienza da altri centri produttivi, per esempio
quelli dell'area danubiana come Sirmium o Naissus.
L'anfora presenta una decorazione molto ricca ed articolata, costituita
da 132 medaglioni ovali, figurati a rilievo, disposti su dieci fasce sul
corpo e sul collo del manufatto. Nei medaglioni compaiono figure maschili
e femminili riferibili a diversi temi della mitologia classica: tra gli
altri sono riconoscibili Zeus, Era, Afrodite, Atena, Apollo, Ares, Cibale,
Attis, Dioniso. La complessa iconografia non è di facile decifrazione:
l'intero sistema decorativo sembra ruotare intorno al mito di Paride, ma
ad esso si intrecciano continui e raffinati rimandi ad altri temi in qualche
misura connessi con questo, secondo una struttura di pensiero che è
tipica del sincretismo culturale e religioso della Tarda Antichità.
Università di Siena, Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti.
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